PRODUTTIVITÀ: LA CHIAVE PER LA CRESCITA SOSTENIBILE DELL’ITALIA SECONDO IL RAPPORTO CNEL 2025
- davidecuneo
- 30 ott
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Aggiornamento: 3 nov
Per le economie avanzate, la produttività costituisce una sfida cruciale, essendo il motore principale dello sviluppo economico e del benessere collettivo nel lungo periodo.
La crescita della produttività è la fonte principale dell’aumento del prodotto potenziale e dei redditi reali. I fattori che la influenzano sono molteplici: innovazione, qualità del capitale umano, capacità manageriali, modelli organizzativi, infrastrutture materiali e digitali, efficienza dei mercati e il quadro regolatorio e istituzionale. È quindi il risultato di politiche industriali, fiscali, educative, del lavoro, della concorrenza e dell’innovazione.
Il Cnel, nel primo Rapporto annuale sulla produttività 2025, mette in luce alcune evidenze significative.
Dalla metà degli anni Novanta, l’Italia ha accumulato un forte ritardo nella crescita della produttività. Dopo un ventennio virtuoso (1970–1990), il Paese ha perso terreno rispetto ai partner europei. Tra il 1995 e il 2024, la produttività del lavoro è cresciuta solo dello 0,2% medio annuo, contro l’1,2% dell’UE27, l’1,0% della Germania e lo 0,8% della Francia. Anche la Spagna, pur più volatile, ha fatto meglio (+0,6%).
Nel periodo 2009–2014 si è registrato un parziale recupero (+0,6%) grazie alla selezione naturale delle imprese più efficienti e al programma “Industria 4.0”. Tuttavia, nel quinquennio 2014–2019 la crescita si è quasi fermata (+0,1%) e nel periodo 2019–2024, segnato da pandemia e ripresa, l’Italia è rimasta indietro rispetto all’UE (+0,4%).
Sul piano territoriale, il Mezzogiorno ha accumulato un ritardo rilevante, con un calo del PIL dell’1,9% annuo durante la crisi 2008–2014. Tra il 2000 e il 2023, il Nord ha mantenuto una crescita dello 0,5% annuo, mentre il Sud è rimasto quasi fermo (+0,02%). La ripresa post-pandemica (2019–2023) ha visto una crescita più sostenuta nel Mezzogiorno (+1,5% annuo), trainata dal PNRR e dal settore pubblico, ma il divario resta ampio.
La crescita nel Sud è dipesa più dall’occupazione che dalla produttività, con una forte espansione nei settori delle costruzioni e dei servizi, ma una bassa presenza nei comparti ad alta tecnologia. Un segnale positivo viene dall’ICT, dove gli occupati nel Mezzogiorno sono aumentati del 50% nel periodo post-pandemico, più del doppio rispetto alla media nazionale.
Il Rapporto sottolinea che in Italia il costo d’uso del capitale è aumentato, spingendo le imprese a privilegiare il lavoro anziché investire in beni capitali e digitalizzazione. Ne è derivato un incremento dell’occupazione (+1,6% nel 2024) ma un calo della produttività del lavoro (-0,9%).
L’Italia mostra anche un ritardo negli investimenti intangibili (software, R&S, capitale organizzativo): +2,5% medio annuo tra 2013 e 2023, contro il +4,7% francese, +6,1% svedese e +5,8% statunitense.
Il capitale umano è un altro nodo cruciale: solo il 16% dei lavoratori italiani possiede competenze ICT elevate (contro il 30% in Germania e Francia), e solo il 15% dei laureati è in discipline STEM (media UE: 26%). Anche il disallineamento tra competenze e mansioni (skill mismatch) incide sul 12% del divario di produttività tra paesi OECD.
La dimensione aziendale influisce fortemente sulla produttività: le grandi imprese sono oltre il 70% più produttive delle medie, soprattutto nei servizi ICT. Tuttavia, in Italia il 94,7% delle imprese ha meno di 10 addetti, frenando la produttività aggregata.
Fattori come export, digitalizzazione e innovazione si intrecciano: le imprese esportatrici e innovative mostrano premi di produttività del 15–30% e del 20% rispettivamente. Politiche mirate a rafforzare questi elementi, insieme a semplificazione normativa e incentivi fiscali, sono decisive per la competitività.
Il Rapporto formula alcune raccomandazioni di politica economica:
Competenze e investimenti: potenziare il credito d’imposta in R&S, introdurre un credito per la formazione 4.0, e rendere operativa la riforma della filiera tecnologico-professionale, con più ITS e raccordo con i corsi STEM universitari.
Struttura produttiva: attuare una legge quadro per le PMI entro il 2026, semplificare e digitalizzare 600 procedure PNRR, rafforzare i programmi per managerializzazione, internazionalizzazione e successione familiare, e razionalizzare le soglie dimensionali.
Divari territoriali: monitorare gli strumenti della ZES unica nel Mezzogiorno, potenziare le reti di innovazione locali e migliorare la capacità attuativa della PA, con meccanismi di premialità e penalizzazione per ritardi e inadempienze.
In sintesi, la produttività italiana rimane la chiave per una crescita sostenibile e inclusiva: un obiettivo raggiungibile solo attraverso investimenti in capitale umano, innovazione e digitalizzazione, e una politica industriale integrata che riduca i divari e favorisca la competitività del sistema nel suo complesso.





















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