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MENO STARTUP, PIÙ SELEZIONE: CAMBIA L’ECOSISTEMA DELL’INNOVAZIONE IN ITALIA

Dopo una lunga stagione di crescita quasi ininterrotta, l’ecosistema delle startup innovative italiane sembra entrare in una fase di assestamento. I numeri raccontano un rallentamento che non passa inosservato e che apre interrogativi sul futuro della nuova imprenditoria tecnologica nel Paese. A fotografare la situazione è l’Osservatorio sulle startup innovative di Cribis, società del gruppo Crif specializzata in informazioni economiche e consulenza alle imprese, che segnala come alla fine del 2025 le imprese innovative attive in Italia fossero 11.890, in calo del 4,2% rispetto all’anno precedente.

Il dato segna una prima inversione di tendenza dopo anni di espansione continua e restituisce l’immagine di un sistema che resta vitale, ma che deve fare i conti con un contesto economico più complesso. Inflazione, costo del denaro elevato, difficoltà di accesso ai capitali e una competizione internazionale sempre più intensa incidono sulla capacità delle startup di nascere, crescere e soprattutto scalare. Non si tratta di un arretramento strutturale, ma piuttosto di un rallentamento che mette in evidenza fragilità già note.

L’Italia continua infatti a mostrare una forte concentrazione di startup nelle aree economicamente più sviluppate. La Lombardia si conferma il principale polo dell’innovazione nazionale, raccogliendo quasi un terzo delle startup italiane. Seguono Campania e Lazio, a dimostrazione di come anche Centro e Sud abbiano consolidato una presenza significativa, pur restando il Nord-Ovest la macroarea con la maggiore densità di imprese innovative. È la geografia di un Paese in cui i grandi centri urbani e industriali continuano a offrire l’ecosistema più favorevole in termini di infrastrutture, competenze e opportunità di mercato.

Dal punto di vista generazionale, il quadro rimane dinamico. Le startup guidate da imprenditori under 35 rappresentano una quota rilevante del totale e confermano come i giovani continuino a essere uno dei motori principali dell’innovazione italiana. Più lenta, ma comunque in progresso, è la crescita delle startup a guida o partecipazione femminile. La presenza delle donne nel settore resta minoritaria, ma i numeri mostrano un aumento graduale che segnala un cambiamento culturale in atto, seppur ancora lontano da un equilibrio reale.

Guardando ai settori, la specializzazione dell’ecosistema italiano resta fortemente orientata al digitale. La maggior parte delle startup opera nella programmazione informatica e nello sviluppo software, seguite dalle attività di ricerca e sviluppo in ambito scientifico e ingegneristico. Un profilo che conferma il peso delle tecnologie digitali, dell’intelligenza artificiale e della ricerca applicata come principali leve di innovazione, ma che evidenzia anche una certa concentrazione settoriale, con una minore diversificazione rispetto ad altri ecosistemi europei.

È proprio sul fronte della maturità digitale che emergono alcune delle criticità più rilevanti. Una quota significativa di startup presenta ancora un livello medio-basso di digital attitude, segnale di investimenti insufficienti in trasformazione digitale, marketing online e utilizzo strategico dei canali web. Questo limite rischia di frenare la crescita e la competitività, soprattutto in una fase in cui la capacità di raggiungere i mercati internazionali e attrarre capitali passa sempre più dalla solidità digitale del modello di business.

Eppure, nonostante il calo numerico, il potenziale innovativo resta elevato. Gli indicatori elaborati da Cribis mostrano come una parte consistente delle startup italiane presenti livelli medio-alti di innovation score, a dimostrazione di una buona qualità progettuale e tecnologica. Il sistema, insomma, non perde in creatività e capacità di innovare, ma appare chiamato a una selezione più naturale, in cui sopravvivono e crescono le imprese meglio strutturate, più capitalizzate e capaci di affrontare mercati complessi.

Il rallentamento fotografato dall’Osservatorio non va quindi letto come un segnale di declino, quanto piuttosto come l’ingresso in una nuova fase. Per le startup italiane il tema centrale diventa la sostenibilità del modello di crescita, la capacità di attrarre investimenti e di trasformare l’innovazione in valore economico duraturo. Una sfida che riguarda non solo gli imprenditori, ma anche il sistema finanziario, le politiche pubbliche e l’intero tessuto produttivo del Paese.

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