IMPRENDITORIA INNOVATIVA FEMMINILE: L'ITALIA AI VERTICI D'EUROPA
- davidecuneo
- 1 dic 2025
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Secondo il rapporto The Gender Investment Gap della Commissione europea, solo una società tecnologica su cinque fondata tra il 2020 e il 2025 include almeno una donna tra i fondatori. Anche nelle realtà in cui questa disparità si riduce, le aziende con fondatrici continuano comunque a ricevere meno capitali rispetto a quelle guidate da uomini.
I livelli di maggiore diversità di genere si registrano in Lettonia (27 per cento), Italia (25,9 per cento) e Portogallo (25,2 per cento): percentuali che indicano la quota di imprese con almeno una fondatrice. All’estremo opposto, Repubblica Ceca (9 per cento) e Ungheria (14,4 per cento) restano nettamente al di sotto della media europea, pari al 19,3 per cento.
Secondo uno studio di Frontier Economics 2025, una partecipazione paritaria delle donne nell’imprenditoria potrebbe aumentare il Pil dell’Unione europea di circa 600 miliardi di euro, con crescite significative in Paesi come la Polonia (+1,6 per cento) e i Paesi Bassi (+5,5 per cento) entro il 2040.
Il cosiddetto gender investment gap rappresenta la disparità sistemica tra uomini e donne nell’accesso ai capitali di rischio e nei processi decisionali legati agli investimenti. Tra le piccole e medie imprese europee che richiedono prestiti bancari, le aziende di proprietà femminile ottengono tassi di approvazione mediamente inferiori di cinque punti percentuali rispetto a quelle guidate da uomini, anche a parità di settore, età e dimensioni, secondo la Banca europea per gli investimenti.
Le differenze emergono anche nella proprietà del capitale e nei comportamenti finanziari: le donne investono meno rispetto agli uomini. Attualmente le investitrici controllano circa 5,7 trilioni di euro in Europa, cifra destinata a salire a 9,8 trilioni di euro entro il 2030. Se le donne investissero nella stessa misura degli uomini, il continente potrebbe attivare ulteriori 2 o 3 trilioni di euro in capitali privati.
“Questi risultati indicano una carenza economica di centinaia di miliardi di euro all’anno, capitale che potrebbe sostenere innovazione, occupazione e le transizioni verde e digitale”, si legge nel rapporto della Commissione.
Alla base del divario di genere negli investimenti vi sono diversi fattori: una diversa propensione al rischio tra uomini e donne, stereotipi sociali radicati ed educazione finanziaria non paritaria. Imprenditorialità e finanza di rischio sono state storicamente percepite come ambiti maschili, associati a caratteristiche come assertività e orientamento al rischio. A questo si aggiunge la predominanza maschile nei ruoli decisionali del venture capital e del private equity, che tende a perpetuare schemi e preferenze consolidate.
Anche le aspettative sociali sui ruoli di cura e sulla conciliazione vita–lavoro continuano a limitare per molte donne l’accesso alle reti imprenditoriali e ai finanziamenti. Secondo la Commissione europea, persino nei Paesi nordici — spesso considerati modelli di uguaglianza — l’idea che la parità sia già stata raggiunta può diventare essa stessa una barriera, finendo per nascondere pregiudizi strutturali ancora presenti.
A tutto ciò si aggiunge una “doppia esclusione”, di genere e geografica: il capitale di rischio europeo è concentrato soprattutto a Londra, Parigi, Berlino e Stoccolma, lasciando le fondatrici dell’Europa centrale, orientale e meridionale in una posizione strutturalmente più svantaggiata.





















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