SALARI FERMI E FUGA DEI TALENTI: L’ALLARME DI PANETTA
- davidecuneo
- 21 gen
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In Italia «la produttività ristagna da un quarto di secolo» e «la capacità di innovare resta distante dai paesi alla frontiera tecnologica». A lanciare l’allarme è il governatore della Banca d’Italia, Fabio Panetta, che individua in questi fattori uno dei principali freni alla crescita economica del Paese. Freni che, sottolinea, «si traducono in una dinamica dei redditi e dei salari persistentemente debole, che da tempo limita le scelte e le prospettive delle persone, soprattutto delle donne e dei giovani». I numeri confermano il quadro: dal 2000 i salari orari in Italia sono rimasti pressoché fermi in termini reali, mentre nello stesso periodo sono cresciuti del 21 per cento in Germania e del 14 per cento in Francia.
Intervenendo all’inaugurazione dell’anno accademico 2025-26 dell’Università degli Studi di Messina, Panetta ha spiegato che su questa dinamica ha inciso in modo rilevante lo shock inflazionistico legato alla crisi energetica. Oggi, in Italia, i prezzi al consumo sono più alti del 20 per cento rispetto al 2019, mentre le retribuzioni nominali sono cresciute solo del 12 per cento, determinando una perdita di potere d’acquisto pari a 8 punti percentuali. Negli altri principali Paesi europei, invece, la perdita iniziale è stata in gran parte riassorbita.
Guardando al futuro, il governatore avverte che la crescita dei redditi non potrà poggiare in modo permanente sulla politica fiscale. I margini di bilancio sono limitati e gli interventi pubblici possono offrire solo un sostegno temporaneo in situazioni eccezionali. Aumenti duraturi dei salari, ribadisce Panetta, richiedono che la produttività torni a crescere a ritmi sostenuti e che i suoi benefici siano equamente ripartiti tra capitale e lavoro.
Secondo il governatore, è quindi necessario uno sviluppo fondato su investimenti, innovazione e produttività, capace di sostenere salari più elevati e migliori prospettive occupazionali. Una necessità imposta dalle trasformazioni dell’economia globale e resa ancora più urgente dal vincolo demografico di un Paese che invecchia rapidamente, in cui i giovani che entrano nel mercato del lavoro saranno sempre meno numerosi.
In questo contesto, Panetta ha rimarcato che all’Italia servono più laureati e che occorre investire di più nella formazione del capitale umano, elemento chiave per la crescita economica. Oggi, però, le risorse pubbliche destinate all’istruzione sono inferiori al 4 per cento del Pil, quasi un punto in meno rispetto alla media dell’Unione europea, e circa metà del divario dipende dal minore investimento nell’istruzione universitaria.
A pesare è anche la fuga dei laureati all’estero, favorita da retribuzioni troppo basse: in Germania un giovane laureato guadagna in media l’80 per cento in più rispetto a un coetaneo italiano. Ma non è solo una questione salariale. Molti laureati, osserva Panetta, lasciano il Paese perché in Italia manca la meritocrazia, spostandosi «alla ricerca di ambienti di lavoro in cui il merito sia pienamente riconosciuto attraverso contratti stabili, impieghi coerenti con le competenze e percorsi di carriera più dinamici».





















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